Il Blog degli studenti


15 luglio 2020

Venezia e il Mose

Autore Gaia Molinari

tempo di lettura 2'

Sento spesso dire di Venezia: “la città che incarna perfettamente l’eterna battaglia tra uomo e mare”. Vivendoci mi sono convinta che si tratta di un’assurdità colossale: non c’è nessuna guerra ma un bellissimo rapporto d’amore tra una seducente Signora, la città, ed un Uomo, il mare, di cui noi siamo semplici testimoni.

Il 12 Novembre 2019 scrivevo note sul mio telefono. Quella sera fu data la notizia degli apocalittici 187 cm di acqua alta che minacciavano la città e mentre Internet, i social e i tg annunciavano la catastrofe per la Serenissima, “soggiogata definitivamente dall’indomabile forza dell’acqua”, noi cittadini camminavamo tranquillamente con uno stivale da pioggia un po’ più alto. Godevamo profondamente, più che mai, della bellezza regalataci da quel magico combaciare di mare e terra, di uomo e natura. Godevamo della libertà che Venezia acquisiva giorno dopo giorno, dalla “liberazione” dai turisti che cancellavano le prenotazioni.

Certamente un veneziano può gioire del deflusso turistico ma l’eccitazione dura solo il tempo di rendersi conto che Venezia, senza turisti è una città fantasma che non appartiene ormai più ai veneziani. Il sindaco Luigi Brugnaro, più spaventato dal deserto nei ristoranti che dall’acqua alta, una settimana dopo il famigerato 12 novembre, inaugurava una nuova epoca: il MOSE aveva iniziato a funzionare. 

Il progetto del MOSE (Modulo Sperimentale Elettromeccanico) iniziò nel 2003 e la consegna è prevista per il 2021, fra i dubbi e le critiche ambientaliste per il presunto impatto sull’habitat naturale e sommerso da inchieste su tangenti e fondi neri che ne rallentano il processo generando un misto di ilarità e rabbia nei veneziani. La finalità del progetto è quella di evitare che le alte maree adriatiche di entità straordinaria confluiscano nella Laguna grazie a 3 dighe collocate  alle 3 bocche di porto di Chioggia, Lido e Malamocco, realizzate tramite "paratoie" autosommergibili, incernierate al fondale. Un enorme sistema la cui attività di controllo è posta nelle mani dell’Arsenale, da sempre simbolo della potenza commerciale e innovatrice di Venezia.

Quando la crisi si inasprisce, la tradizione torna ad essere sempre il migliore appiglio: un albero senza fondamento, non ha la forza di resistere al vento.